IL LAVORO NEL CINEMA EUROPEO: NON ESISTE PIÙ (E IL CINEMA LO SA)
Il cinema europeo non racconta più il lavoro. Racconta la sua assenza. O peggio, la sua trasformazione in qualcosa di irriconoscibile, degradato e invisibile. Se il Novecento aveva costruito una mitologia del lavoro, operaio, fabbrica, collettività, il cinema contemporaneo ne filma la sua dipartita. Il punto di rottura è Rosetta (1999) dei fratelli Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne. Non è un film sulla precarietà, è un corpo che sbatte contro il mondo. Rosetta corre, cade, si rialza, insiste. Non ha un’identità, non ha un ruolo sociale, ha solo un bisogno primario, lavorare. È già tutto lì. Il lavoro non è più diritto, è ossessione biologica. Vent’anni dopo, Ken Loach chiude il cerchio con Sorry We Missed You (2019). Qui il lavoro non manca, anzi è ovunque. Ti entra in casa, ti svuota, ti distrugge. Il paradosso è feroce, non esiste più la disoccupazione come problema centrale, ma l’iper-lavoro senza diritti. Non sei sfruttato, sei “autonomo”. Non sei povero, sei “imprenditore di te stesso”. Il linguaggio è già violenza. In Francia, Stéphane Brizé firma il ritratto più lucido del presente con La legge del mercato (2015). Il lavoro è diventato un dispositivo morale, ti costringe a scegliere tra dignità e sopravvivenza. Non c’è ribellione possibile, solo adattamento. Il sistema non ha bisogno di essere crudele, sei tu che impari a esserlo. Poi ci sono i paesi dove il lavoro è semplicemente sparito. In I lunedì al sole (2002) di Fernando León de Aranoa, gli uomini stanno fermi. Parlano, ricordano, aspettano. Il lavoro è un fantasma industriale che non tornerà. Non c’è dramma spettacolare, solo una lenta evaporazione della dignità. L’Italia, come spesso accade, non ha una linea unica ma una dispersione di sintomi. In Gomorra (2008) di Matteo Garrone il lavoro esiste, ma è criminale. È l’unica economia possibile. In Sole cuore amore (2016) di Daniele Vicari il lavoro è invece invisibile, quotidiano, femminile, non produce identità, consuma vita. E in Lazzaro felice (2018) di Alice Rohrwacher scopriamo che forse non siamo mai usciti dal feudalesimo, lo sfruttamento cambia forma, non sostanza. A est, il discorso si fa ancora più radicale. In 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (2007) di Cristian Mungiu il lavoro non è nemmeno il centro del racconto. È il contesto implicito di un sistema in cui tutto è scambio, favore, ricatto. Non lavori, sopravvivi.
E allora la domanda non è più “come viene rappresentato il lavoro?”, ma “esiste ancora qualcosa che possiamo chiamare lavoro?”. Il cinema europeo sembra rispondere di no. O meglio, esiste, ma ha perso ogni funzione simbolica. Non struttura più la società, non costruisce identità, non promette futuro. Il lavoro nel cinema europeo contemporaneo è una zona grigia. È fatica senza riscatto, movimento senza progresso, presenza senza senso. Non è più narrazione ma una condizione. E forse è proprio per questo che questi film risultano così disturbanti. Perché non offrono soluzioni, non costruiscono eroi, non immaginano vie d’uscita. Si limitano a mostrare ciò che resta quando il lavoro smette di essere una promessa. Il problema è che ciò che resta siamo noi.
Di seguito una TOP 10 RAGIONATA sul tema lavoro/precarietà in Europa.
1. Rosetta (1999) – Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Il punto zero (manifesto)
→ Sopravvivere lavorando diventa un gesto fisico.
→ Non racconta la precarietà: la incarna.
2. La legge del mercato (2015) – Stéphane Brizé
Il lavoro come umiliazione
→ Il lavoro esiste, ma è degradante.
→ Capitalismo come macchina morale che schiaccia.
3. Sorry We Missed You (2019) – Ken Loach
Il lavoro che distrugge
→ Gig economy e falsa autonomia.
→ Il lavoro entra in casa e distrugge la famiglia.
4. I lunedì al sole (2002) – Fernando León de Aranoa
La disoccupazione collettiva
→ Fine del lavoro industriale.
→ Comunità sospesa, senza futuro.
5. Sole cuore amore (2016) – Daniele Vicari
Il lavoro invisibile (servizi)
→ Lavoro povero, quotidiano, femminile.
→ Tempo di vita annullato dal lavoro.
6. Gomorra (2008) – Matteo Garrone
Il lavoro criminale
→ Dove non c’è lavoro legale, nasce economia criminale.
→ Il lavoro come sistema deviato.
7. Lazzaro felice (2018) – Alice Rohrwacher
Il lavoro feudale (moderno)
→ Sfruttamento arcaico dentro il contemporaneo.
→ Il tempo del lavoro non è mai davvero finito.
8. Import/Export (2007) – Ulrich Seidl
Il lavoro migrante
→ Europa come mercato di corpi.
→ Lavoro = movimento forzato.
9. 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (2007) – Cristian Mungiu
Il lavoro come sistema (post-comunista)
→ Non c’è lavoro: c’è sopravvivenza dentro un sistema.
→ Economia informale e ricatto continuo.
10. La classe (2008) – Laurent Cantet
Il lavoro e la formazione
→ La scuola come anticamera del lavoro.
→ Riproduzione sociale e disuguaglianza.
