Un padre e suo figlio giungono a un remoto rave nelle profondità delle montagne del Marocco meridionale, alla ricerca di Mar, figlia e sorella, scomparsa cinque mesi prima durante una di queste feste interminabili. Immersi nella musica elettronica e in una libertà selvaggia a loro estranea, diffondono instancabilmente le foto della ragazza. La speranza svanisce, ma i due persistono e seguono un gruppo di raver verso un’ultima festa nel deserto. Mentre si addentrano sempre più nell’immensità ardente, il viaggio li mette di fronte ai propri limiti.
Sirat vuole apparire come un’esperienza sensoriale radicale, ma finisce per sembrare più costruito che vissuto. La precisione stilistica scivola nell’ostentazione, mentre il simbolismo diventa pesante perché troppo cercato, ribadito, quasi imposto allo spettatore. È davvero questo l’inferno evocato dal film? Un camion attraversa il deserto, immerso in una pulsazione techno, ma a livello narrativo, oltre al padre e al figlio, gli altri personaggi restano figure funzionali, pedine disposte dallo sguardo del regista su una scacchiera narrativa. E quando finiscono nel punto sbagliato di una vera e propria Land of Mine, carica di desolazione e impotenza, vengono eliminati. Sirat trova la sua sequenza più efficace proprio nella landa minata, dove costruisce bene la tensione sull’immobilità forzata. Tuttavia non sviluppa fino in fondo gli spunti iniziali, e l’assurdità del conflitto (e in corso una guerra?) e la tensione psicologica restano sospese in uno spazio desertico in bilico tra vita e morte.
OLTRE IL CLIMAX
Sirat e Climax (2018) di Gaspar Noè sono entrambi film che rifiutano l’idea classica di trama. Non c’è un vero arco narrativo, non c’è sviluppo psicologico tradizionale. C’è un contesto minimo, un gruppo, uno spazio chiuso o isolato, una situazione iniziale, che implode su sé stesso. Gaspar Noé costruiva nel suo viaggio lisergico un dispositivo quasi geometrico, con un gruppo di danzatori, una sala prove e una sostanza che altera la percezione. Il film partiva come coreografia collettiva e scivolava progressivamente in un incubo sensoriale. La macchina da presa fluttuava, il punto di vista si frantumava e il rosso invadeva lo spazio. Sirat lavora in modo analogo ma per sottrazione ulteriore, meno isteria visiva, più rarefazione. Anche qui il gruppo è centrale, anche qui il movimento, che sia fisico, musicale, quasi rituale, sostituisce la parola. Se Noé aggrediva lo spettatore, Sirat lo avvolge in una trance più silenziosa. Entrambi trasformano la danza in linguaggio primario e la collettività in campo di tensione.

