Miriam Besson e Antoine Besson sono una coppia divorziata. Hanno una figlia prossima ai diciotto anni, Joséphine, e un figlio di undici anni, Julien. Miriam vuole proteggere suo figlio e tenerlo lontano da suo padre, che lei accusa di aver commesso atti di violenza. Pertanto, durante il giudizio, chiede l’affidamento esclusivo del minore, soprattutto perché il figlio non vuole più rivedere suo padre.
L’affido è uno di quei rari film che colpiscono con precisione e restano negli occhi dello spettatore. Xavier Legrand affronta l’abuso domestico senza mai cedere al sensazionalismo, scegliendo la via più difficile, ovvero quella della tensione trattenuta, dell’orrore che si insinua nel quotidiano. Costruito su un crescendo implacabile, secondo uno schema quasi bressoniano, il film ci avverte che un’intera esistenza può consumarsi nello spazio di una sola notte, proprio come accadeva in Mouchette di Robert Bresson. Legrand dimostra uno sguardo profondamente umano, capace di aderire all’esperienza del bambino senza manipolarla e alla determinazione silenziosa della madre e di restare ‘dietro le porte’ dove si consuma la forma più insidiosa di violenza. Ne emerge un’opera asciutta e potente, una radiografia morale che non concede vie di fuga ma restituisce al cinema la sua funzione più alta, ovvero quella di guardare l’ombra senza distogliere lo sguardo.
