Inghilterra, fine Cinquecento. William Shakespeare è un giovane insegnante di latino che vive ai margini, lontano dal mito che diventerà. Incontra Agnes, donna libera, falconiera, guaritrice, profondamente connessa alla natura. Il loro amore è immediato, carnale, ostinato. Dal matrimonio nascono tre figli: Susanna e i gemelli Hamnet e Judith. Quando William si trasferisce a Londra per inseguire il teatro, Agnes resta a Stratford, custode della casa e dei bambini. L’equilibrio si spezza con l’arrivo della peste e la morte improvvisa di Hamnet.

Dopo la straniante parentesi Marvel di Eternals, Chloé Zhao torna al suo cinema di paesaggi e spazi aperti, arricchendolo questa volta con numerose sequenze in interni, tra cui la suggestiva casa di Shakespeare, “la più bella di Stratford”. Il tutto è valorizzato da una fotografia pittorica e rurale che richiama L’albero degli zoccoli di Olmi, con quella stessa dimensione domestica e arcaica in cui i figli nascevano in casa, firmata dal direttore della fotografia polacco Łukasz Żal, già autore delle immagini di La zona di interesse e Cold War. Insomma gli ingredienti ci sono tutti. Il film raggiunge le sue vette più alte nell’impostazione visiva e nell’intensità ruvida dell’interpretazione di Jessie Buckley. Ci sono almeno tre momenti, uno per atto, che restano impressi, come la scena romantica del racconto di Orfeo ed Euridice con cui William conquista l’amata, o ancora quella straziante della dipartita del piccolo Hamnet, e soprattutto la sequenza nell’arena del teatro a cielo aperto, ripresa dall’alto, con il pubblico che tende la mano verso il commediante, forse una delle immagini più potenti del cinema contemporaneo sul piano visivo. A glitcharla è solo il riutilizzo di una colonna sonora che rimanda inevitabilmente ai tempi sospesi di Shutter Island di Martin Scorsese e agli alieni iper-intelligenti di Arrival di Dennis Villeneuve. Viene allora da chiedersi perché Max Richter e Chloè Zhao non abbiano voluto comporre un tema originale all’altezza di una scena così straordinaria. Oltre alla solidità dell’impianto visivo, che Chloé Zhao aveva già dimostrato di saper governare con il premiato Nomadland, il film mostra alcune fragilità sul piano narrativo. Superata la prima metà, fatica a trovare una direzione chiara e sembra smarrire il proprio centro, oscillando tra registri diversi senza riuscire davvero a compattarsi. Ne deriva una dimensione talvolta dispersiva, sia nella scrittura sia nello stile, che tenta di abbracciare molte suggestioni ma senza l’istinto giusto. Eppure, al di là di queste incertezze, il film resta una potente trasfigurazione del dolore attraverso l’arte, un racconto che mostra come la creazione possa diventare cura, balsamo per le ferite dell’anima, proprio come l’Artemisia decantata da Agnes, capace di lenire e trasformare la sofferenza in forma e memoria.

UN FILM SU SHAKESPEARE SENZA SHAKESPEARE

La scelta più radicale del film è lo sguardo, infatti la storia non appartiene a Shakespeare, ma ad Agnes. È lei il centro emotivo del racconto, il corpo che percepisce prima ancora di comprendere, la presenza che attraversa il dolore senza filtri né consolazioni. Jessie Buckley la interpreta con forza magnetica, sospesa tra arcaico e contemporaneo, restituendole quella centralità che la storia le ha spesso negato. Accanto a lei, Paul Mescal sottrae Shakespeare all’iconografia monumentale. Il suo William è terreno, affaticato, pieno di contraddizioni, non un genio distante, ma un uomo che si allontana e ritorna, che scrive come unico modo per sopravvivere al vuoto. Mescal evita ogni enfasi e proprio questa misura rende credibile la nascita di Amleto non come mito letterario, ma come gesto intimo, necessario. Così il film costruisce un doppio ritratto, da un lato la donna che custodisce memoria e perdita, dall’altro l’uomo che tenta di trasformarle in parola. Due traiettorie diverse che si incontrano nello stesso trauma, dove vita e arte diventano tentativi fragili di restare umani.