CHOPIN – NOTTURNO A PARIGI, di Michal Kwieciński

A venticinque anni Frédéric Chopin gode di una notorietà straordinaria, osannato nei salotti di Parigi, ammirato dall’aristocrazia e accolto con favore persino dal Re di Francia. L’improvvisa diagnosi di una tubercolosi in fase avanzata lo costringe però a una scelta radicale; tentare le cure per allungare una vita destinata a perdere intensità oppure consumarsi in fretta, consacrandosi interamente alla musica e ai piaceri che la rendono degna di essere vissuta.

Prodotto da Akson Studio (Polonia) con un budget elevato di circa 17 milioni di euro, il film vanta una meticolosa ricostruzione storica. Chopin, Notturno a Parigi percorre la strada di un’umanizzazione consapevole del suo protagonista, smantellandone il mito per restituirne la vulnerabilità. Già il titolo originale, Chopin, Chopin!, con la ripetizione del nome, suggerisce un evidente dualismo, da un lato il compositore, dall’altro l’uomo. Così come la colonna sonora si fonda sul contrasto tra la malinconia romantica delle celebri sonate e inattese incursioni moderne, dominate dai sintetizzatori, che accompagnano il giovane Frédéric nel suo percorso di crescita tra fughe in carrozza e sfide al pianoforte alla ‘Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento’. In film trova nella fotografia di Michał Sobociński la sua parte più riuscita, nonostante i toni morbidi e polverosi, mantiene una certa asprezza visiva e raggiunge esiti di forte suggestione storica, come nella sequenza dedicata alla paralisi della città colpita dal colera. Manca però una vera tensione capace di strutturare il racconto. La malattia resta condizione esistenziale, non motore drammatico, e il conflitto rimane interno, senza antagonista né posta in gioco.