GOOD TIME, di Josh and Benny Safdie

New York. Quartiere di Queens. Una rapina in banca finisce male, Connie riesce a fuggire mentre suo fratello Nick, affetto da un ritardo mentale, viene arrestato. Da quel momento Connie inizia a darsi da fare per poter trovare il denaro necessario per pagare la cauzione.

Good Time è un film pensato per intrattenere, ma anche per raccontare la disperazione dell’America di oggi. Il titolo è ironico, il “good time” non è un momento felice, ma il rovescio cinico della fuga violenta e frenetica del protagonista. Il ritmo è incessante e ossessivo, spinto dalla colonna sonora elettronica. Robert Pattinson attraversa questo mondo degradato per tutta la durata del film, incontrando personaggi delle classi più fragili, mentre la storia diventa una corsa senza respiro per salvare il fratello. Un cinema potente e riconoscibile.

BENNY E JOSH: QUEI DUE BRAVI RAGAZZI

La notte come trappola, la città come organismo ostile, il tempo che si deforma fino a diventare persecutorio. Correvano gli anni ’80 quando in After Hours la città di New York veniva raccontata come un labirinto grottesco e kafkiano. Paul Hackett precipitava in una spirale di eventi assurdi che lo punivano non per una colpa precisa, ma per una sorta di peccato esistenziale, ovvero il desiderio di uscire dalla propria routine. Scorsese costruiva una commedia nera paranoica, dove l’angoscia nasceva dall’impossibilità di controllare il caso. Ogni incontro era un potenziale errore, ogni decisione una deviazione fatale. La città reagiva, osservava, giudicava. Good Time riprende quello stesso movimento, ma lo spoglia di ironia e lo getta nel presente iperansioso. Qui non c’è più l’assurdo elegante di Scorsese, ma una corsa animalesca, senza respiro. Connie Nikas non subisce la notte, la aggredisce. Tuttavia il risultato è lo stesso. Più tenta di dominare gli eventi, più ne viene schiacciato. Se Paul è vittima di un destino beffardo, Connie è vittima della propria ossessione, ma entrambi restano intrappolati in una città che amplifica ogni errore. Il punto di contatto più profondo è il tempo. In After Hours il tempo si dilata, si inceppa, sembra non voler mai arrivare al mattino. In Good Time accelera fino alla nausea, scandito da musica elettronica e corpi in collisione. Due ritmi opposti per raccontare la stessa condanna, la notte come spazio chiuso, da cui si esce solo per esaurimento, non per vittoria. I Safdie aggiornano Scorsese togliendo qualsiasi distanza ironica e immergendo lo spettatore dentro il caos, ma la matrice resta riconoscibile. Good Time è quindi figlio di After Hours, stesso incubo metropolitano, stessa idea di città come macchina narrativa, stesso senso di colpa che non si risolve. Cambia l’epoca, cambia la grammatica, ma la notte resta un territorio morale in cui il cinema mette alla prova i suoi personaggi, e lo spettatore insieme a loro.