La nascita del figlio di Grace e Jackson sconvolge i loro equilibri di coppia: lui accetta un lavoro lontano da casa e lei si ritrova in totale isolamento domestico. La giovane madre sprofonda in una violenta depressione post partum.
Sopra le righe e a tratti irritante, Die My Love trova nel caos delle sue immagini il coraggio di liberare l’energia repressa di una donna che non può più fermarsi né essere fermata. Prova a interrogare un’America profonda dalla quiete artificiale, fatta di torte troppo dolci, ma torna subito al suo vero obiettivo, ridurre Grace al ritratto di una donna ormai incapace di trovare un posto nel mondo. Lynne Ramsay costruisce l’implosione totale di Grace, incarnata da una Jennifer Lawrence oltre ogni limite, alla quale sembra essere concesso tutto, come camminare a quattro zampe, distruggere il bagno di casa, insultare il marito dandogli dell’“impotente-frocio”, sputare birra sul parquet, vagare nuda e persino sparare a un cucciolo di cane. Ogni gesto viene ricondotto a uno stress post partum che si traduce, a tratti, nella ricerca di una simbiosi primordiale con la natura, mentre la regista scozzese si preoccupa poco di mantenere un patto di complicità con il pubblico. Il viaggio è disturbante, il formato claustrofobico e il suono assordante amplificano la frattura interiore. Tuttavia Die My Love appare altrettanto frammentato e sospeso, si smarrisce nei meandri della sceneggiatura, con numerosi personaggi secondari appena abbozzati e con la dispersione di spunti interessanti, come il cavallo nero che appare davanti casa o il cavaliere nero in moto, simboli delle sue paure e delle emozioni oscure, della rabbia e della sua tristezza, senza approdare a una vera risoluzione. La scena in cui il cavallo viene investito è fortemente metaforica e potrebbe rimandare a un tentativo di scacciare le proprie paure, ma nulla cambia. Grace non ha scampo, la malattia non le concede alternative e la conduce alla distruzione della propria identità oppressa e, forse, alla fine stessa della sua sofferenza.
il volto come abisso – il corpo come detonatore
Nel cinema di Ingmar Bergman la malattia mentale non è mai esibita, piuttosto trattenuta. È un tremore sotto pelle, una crepa nel volto, una pausa che dura troppo a lungo. In Persona o in Come in uno specchio il dolore psichico non ha bisogno di esplodere per essere percepito. Bergman lavora per sottrazione, riduce il gesto, scava nel silenzio, affida al primo piano la vertigine dell’identità che si sfalda. L’isolamento non è gridato, è inevitabile. Nei suoi film la macchina da presa resta immobile, quasi rispettosa. Non insegue la crisi, la osserva. La follia diventa una condizione metafisica prima ancora che clinica. È il risultato di un’assenza, di Dio, dell’amore, della parola, e si manifesta come ritiro, non come detonazione. In Die, My Love di Lynne Ramsay accade l’opposto. La Grace interpretata da Jennifer Lawrence attraversa la crisi spingendo il corpo oltre ogni limite. Urla, si contorce, rompe, invade lo spazio. La recitazione è fisica, esasperata, spesso sopra le righe. L’isolamento diventa performance. Ramsay sceglie una regia sensoriale con camera instabile, suono amplificato, natura che vibra come uno stato mentale. La sofferenza è amplificata, resa quasi spettacolare. Il dolore non è silenzio ma eccesso. Non implosione ma esplosione.
Il punto non è stabilire quale approccio sia “giusto”. La distanza è poetica. Tuttavia, mentre Bergman riesce a far sentire l’isolamento come una stanza chiusa senza bisogno di alzare la voce, Die, My Love sembra temere il vuoto e riempirlo di intensità performativa. L’angoscia diventa visibile, ma meno enigmatica. Bergman suggerisce che la malattia mentale sia un’ombra che si allunga lentamente sul volto. Ramsay la trasforma in un incendio. Nel primo caso lo spettatore è chiamato a entrare nel silenzio. Nel secondo è travolto dall’urgenza. La differenza sta qui, la non-spettacolarizzazione genera inquietudine duratura, la spettacolarizzazione produce impatto immediato. Una lavora per sottrazione, l’altra per accumulo. Una lascia spazio al mistero dell’isolamento, l’altra lo rende corpo che si dibatte.

