Ryu è un giovane operaio sordomuto che lavora in fabbrica per mantenere la sorella, gravemente malata e in attesa di un trapianto di rene. Non essendo compatibile e stremato dai tempi d’attesa, Ryu si affida al mercato nero: cede un proprio rene e tutti i suoi risparmi in cambio della promessa di un organo compatibile. Viene truffato, perde soldi e rene, e poco dopo anche il lavoro. Quando finalmente si presenta un donatore per la sorella, Ryu non ha più il denaro necessario per l’operazione. Spinto dalla fidanzata, decide allora di rapire la figlia del suo ex datore di lavoro per ottenere un riscatto. Il piano però degenera: la bambina muore accidentalmente. Da quel momento si innesca una spirale di vendette incrociate, dove il dolore personale si trasforma in violenza cieca e ogni personaggio diventa, a turno, vittima e carnefice.
Park Chan-wook mette alla prova lo spettatore, soprattutto chi non è abituato ai ritmi e alle scelte radicali di certo cinema coreano. La lentezza dilatata, le ellissi improvvise, i lunghi silenzi e l’assenza quasi totale di musica costruiscono un’esperienza straniante, a tratti faticosa, ma visivamente potentissima. La vendetta non segue un percorso lineare di causa ed effetto, si trasforma piuttosto in un vortice che inghiotte tutti, dove vittime e carnefici si scambiano continuamente di ruolo. Non è mai del tutto chiaro chi stia punendo chi, perché il film mette in scena una spirale morale senza via d’uscita. La struttura si muove tra una prima parte più descrittiva, una centrale dominata dagli eventi e una conclusione contemplativa e inesorabile. In questo clima di soffocamento, la violenza esplode all’improvviso, muta, feroce, disturbante. Park Chan-wook la orchestra con rigore e precisione, costruendo un affresco cupo e implacabile, tanto affascinante quanto pesante, in cui la vendetta non libera, ma consuma.
UNA VENDETTA DOPO L’ALTRA
Nel cinema asiatico degli anni ’60 e ’70 la vendetta era spesso inscritta in codici morali chiari. Si pensi ai chanbara giapponesi o a film come Lady Snowblood, dove la vendetta è un destino lineare, quasi rituale, un torto genera una risposta, il protagonista attraversa una traiettoria coerente fino alla resa dei conti. Anche nel noir hongkonghese o nei polizieschi coreani pre-2000 la struttura resta centrata su un soggetto unico, animato da un’ossessione personale. Con Mr. Vendetta questo schema implode. La vendetta non appartiene più a un solo eroe tragico, ma si trasferisce di personaggio in personaggio, in una catena narrativa che scardina l’identificazione dello spettatore. Park frammenta il punto di vista, chi appare vittima diventa carnefice, chi sembra colpevole rivela una propria tragedia. Il movimento non è più lineare ma circolare, quasi contagioso. La vendetta non chiude, moltiplica. Rispetto al revenge-movie asiatico classico, dove l’atto punitivo ristabiliva un ordine simbolico, Mr. Vendetta nega qualsiasi catarsi. La Corea post-crisi economica che il film attraversa è uno spazio sociale fratturato, dove il dolore individuale si intreccia con precarietà e marginalità. Non c’è eroismo, ma disperazione. Non c’è giustizia, ma un effetto domino morale. Se il revenge-movie storico asiatico costruiva una traiettoria tragica ma leggibile, Park Chan-wook ne mostra l’autodistruzione interna. Mr. Vendetta diventa così il culmine e insieme la messa in crisi del genere: un film che utilizza la vendetta come unico motore narrativo, ma proprio per questo la svuota di senso, trasformandola in un meccanismo inesorabile che divora chiunque vi entri.
