Bob Ferguson, rivoluzionario in pensione, ha esploso tutti i suoi colpi nella giovinezza, sognando un mondo migliore al confine tra Messico e USA. Appeso al chiodo l’artiglieria e il nome di battaglia, Ghetto Pat, fa il padre a tempo pieno di Willa, adolescente esperta di arti marziali. Tra una canna e un rimorso prova a proteggerla dal suo passato che puntualmente bussa alla porta e chiede il conto. Dall’ombra riemerge un vecchio nemico, il colonnello Lockjaw, che più di ogni altra cosa vuole integrare un movimento suprematista devoto a San Nicola. Ma Bob e Willa sono un ostacolo alla sua ambizione. Lockjaw rapisce Willa e Bob riprende il fucile.
Il film nasce da una libera ispirazione a Vineland di Thomas Pynchon. Paul Thomas Anderson si districa tra caos narrativo, ironia corrosiva, politica filtrata dall’assurdo, attraversando epoche diverse, dagli anni Sessanta fino a un presente inquietante e autoritario, evocando rivoluzioni mancate, cicli storici che si ripetono e conflitti generazionali irrisolti. Non è un film sull’attualità immediata, ma sulle trasformazioni politiche, familiari e identitarie degli Stati Uniti, raccontate come un cortocircuito continuo tra passato e presente. Anderson privilegia l’eccesso formale, l’umorismo e il divertissement, convinto che la politica non si possa filmare in modo diretto. Ne nasce un’opera esplosiva, ricchissima di idee, che può stordire lo spettatore ma anche affascinarlo.
PER UN PUGNO DI BATTAGLIE IN PIU’
Mettere in relazione Una battaglia dopo l’altra, lo spaghetti western e gli anni di piombo significa leggere il film come un oggetto politico fuori asse, che usa il mito per parlare di un trauma storico e ciclico, la violenza come linguaggio che si tramanda, si trasforma, ma non scompare. Lo spaghetti western entra in gioco non tanto come citazione estetica, quanto come struttura morale. Nel western all’italiana il conflitto non è mai pulito, non esistono eroi integri, solo figure ambigue, spinte da vendetta, sopravvivenza o ideologia. Anderson riprende questa logica e la svuota di ogni romanticismo, la “battaglia” non porta redenzione, ma produce solo nuove fratture. Come nei film di Leone o Corbucci, il tempo sembra sospeso, circolare, incapace di chiudere davvero i conti con il passato. Qui si innestano gli anni di piombo, non come riferimento diretto, ma come fantasma politico. La lotta armata, l’idea di una violenza necessaria, il passaggio dalla militanza ideale alla paranoia e alla disgregazione personale: Una battaglia dopo l’altra ragiona su questo scarto. La battaglia non è mai l’ultima, perché ogni atto di forza genera una replica, un’eco, una radicalizzazione ulteriore. È la stessa spirale che ha segnato gli anni Settanta: un conflitto che, invece di chiarire, oscura. Il film sembra suggerire che il mito western e la storia politica recente condividano una stessa trappola narrativa: credere che esista un momento risolutivo, uno scontro finale capace di rimettere ordine. Anderson smonta questa illusione. Non c’è epica, non c’è catarsi. Solo individui che continuano a combattere per non ammettere che la battaglia li ha già definiti, forse svuotati. In questo senso, Una battaglia dopo l’altra è un western senza frontiera e un film sugli anni di piombo senza cronaca: un racconto sul fallimento della violenza come soluzione, e sulla difficoltà, quasi impossibile, di immaginare un “dopo”.

