IN ORDINE DI SPARIZIONE, di Hans Petter Moland

Nils Dickman, cittadino modello, alla guida del suo spazzaneve tiene libere le strade di Beitostølen, un tranquillo paese della Norvegia. La sua vita viene però sconvolta dalla scomparsa del figlio Ingvar, trovato morto per overdose. Le autorità non indagano sulla vicenda, ma Nils è convinto che suo figlio non fosse un tossicodipendente e, superato un momento di disperazione, è informato proprio dall’amico di suo figlio, Finn, che Ingvar è stato ucciso da una banda di trafficanti, cui lui, vero obiettivo della ritorsione, è sfuggito per miracolo. Così Nils comincia la sua caccia agli assassini del figlio.

In ordine di sparizione dichiara subito la propria architettura narrativa ei personaggi vengono presentati secondo una progressione che coincide con la loro imminente fine. Un espediente ironico e programmatico che non nasconde le ascendenze cinefile, da Takeshi Kitano a Quentin Tarantino, passando per Fargo dei Coen Brothers, ma le rielabora dentro un contesto nordico che diventa cifra stilistica autonoma. La premessa potrebbe far pensare all’ennesimo noir scandinavo, un uomo qualunque, interpretato da Stellan Skarsgård, precipita in una spirale di vendetta tra distese innevate e silenzi glaciali. Le prime sequenze sembrano indirizzare verso il revenge movie più cupo. Poi, improvvisa, la deviazione, con l’occhio di Hans Petter Moland che alleggerisce la tensione e trasforma la tragedia in una dark comedy feroce, dove il sangue convive con l’assurdo. L’ambientazione è determinante. Il candore della neve contrasta con gli interni kitsch del boss locale, un istrionico di Pål Sverre Hagen che sfiora la caricatura fumettistica senza perdere credibilità, e con l’arredamento vetusto del padrino serbo, incarnato da un magnetico Bruno Ganz. Moland gioca con gli stereotipi del genere e persino con quelli legati al welfare norvegese o al senso civico, e li piega a un umorismo nero che non cerca analisi sociologiche, ma suggerisce quanto sia arduo liberarsi dei pregiudizi.