Nella New York del primo dopoguerra, Marty Mauser divide le sue giornate tra il banco di un negozio di scarpe e le notti illuminate dai tavoli da ping pong, dove il suo talento sfiora il genio. Ambizioso e determinato a scalare la società, parte per Londra deciso a conquistare il titolo mondiale di tennis da tavolo. Ma sul traguardo viene sconfitto da Endo, giovane fenomeno giapponese simbolo della rinascita di un Paese ferito dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Quella battuta d’arresto diventa per Marty un’ossessione: vuole la rivincita, anche se il mondo intorno sembra remargli contro. Perché, in fondo, Marty ha sempre un colpo nascosto pronto a sorprendere.

Per chi non conosce a fondo il cinema dei fratelli Safdie, Marty Supreme può rappresentare un vero colpo di fulmine. Tuttavia, il ritmo frenetico e adrenalinico che mescola cinema sportivo e suggestioni noir è da sempre un loro marchio di fabbrica, e in passato hanno raggiunto risultati più compiuti con film come Good Time e Diamanti grezzi, che, proprio come Marty Supreme, mettevano già in scena protagonisti divorati dall’ambizione e figure moralmente ambigue. Se in passato il cinema dei Safdie riusciva ad affondare lo sguardo nella sottocultura americana con maggiore incisività, qui sembra fermarsi alla superficie, troppo concentrato sulla forma. Corsa dopo corsa, l’energia stilistica finisce per sacrificare storia, obiettivi e personaggi secondari, privilegiando un affresco visivo indubbiamente virtuoso ma meno stratificato sul piano narrativo. Ad ogni modo il sogno americano è compiuto.

MARTY LO SPACCONE – Analisi di una sequenza “ereditata”

Mettere in relazione Marty Supreme e Lo spaccone significa osservare come un archetipo del cinema americano venga riattivato, quasi citato frontalmente, in chiave contemporanea. Nel film Lo Spaccone di Robert Rossen, con Paul Newman nei panni di Fast Eddie, il biliardo era un campo di battaglia morale. La celebre dinamica della finta debolezza, perdere apposta, attirare scommesse, colpire al momento giusto, non è solo un trucco, ma una filosofia. L’arte della truffa coincide con l’arte della performance. Eddie non gioca soltanto a biliardo, costruisce un personaggio, seduce il pubblico, manipola la percezione. Marty Supreme riprende esplicitamente questa grammatica, sostituendo il tavolo verde con il tavolo da ping pong. La sequenza in cui Marty si finge mediocre contro un complice per far scommettere gli spettatori e poi umiliare lo sfidante inesperto è una trasposizione quasi speculare della strategia di Lo spaccone. Cambia lo sport, cambia l’epoca, ma resta intatto il dispositivo narrativo, l’illusione come capitale, il talento nascosto come arma. La differenza sta nel contesto culturale. In Lo spaccone la truffa è immersa in un’America maschile, notturna, dove il talento è legato a orgoglio e autodistruzione. In Marty Supreme la stessa dinamica sembra più consapevole, quasi metacinematografica, non è solo un raggiro, è un omaggio, una dichiarazione d’amore a un certo immaginario del loser-geniale che vive di astuzia e scommesse. In entrambi i casi il protagonista non vuole soltanto vincere, ma vuole essere sottovalutato per poter sorprendere. La vera partita non si gioca contro l’avversario, ma contro lo sguardo degli altri. E in questo scarto tra apparenza e rivelazione, Marty Supreme riconosce apertamente il debito verso Lo spaccone, dimostrando che certe sequenze non si copiano soltanto, si ereditano.